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Nel 1926, due anni dopo «Idea» e appena un anno prima de «La prospettiva come "forma simbolica"», Erwin Panofsky scrive un saggio denso e dimenticato: «L'arte ritmica di Albrecht Dürer». Nato come recensione a un omonimo libro di Hans Kauffmann, il testo disvela le matrici culturali di uno dei maggiori storici e teorici dell'arte del Novecento: dalla psicologia della percezione alla teoria dell'architettura, da Leonardo a Lessing, dalle sperimentazioni dinamiste del Futurismo italiano al cinema e alla fotografia. Questo volume ne recupera la portata, presentandolo per la prima volta in traduzione, e mette in luce la vitalità e le aporie del concetto di ritmo nella cultura visiva della Repubblica di Weimar. Offrendo una prospettiva inedita sul ritratto panofskyano del maestro rinascimentale, il libro è anche un invito a rileggere Panofsky non soltanto come teorico dell'iconologia. Interrotta all'apice del suo splendore intellettuale dall'avvento del nazionalsocialismo, la teoria dell'arte tra le due guerre era infatti impegnata a elaborare modalità radicalmente innovative, incredibilmente vitali, di pensare la temporalità nelle arti visive.
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